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REPORT-Martedì 6, Elezioni USA: la spunteranno i ‘Trumponomics’?

Il 6 novembre l’America eleggerà i membri della Camera dei Rappresentanti (435 seggi) e il Senato (100 seggi-1/3 del totale) + 36 governatori statali. I mercati finanziari si stanno preparando per una forte ondata di volatilità se il Partito Repubblicano del Presidente Trump perde il controllo del Congresso. Queste elezioni di mid-term, cadono a metà del mandato e sono normalmente viste come un referendum sull’operato del presidente in carica.

Premesse

Il voto arriva in un ciclo economico favorevole: +2,9% atteso, tasso di disoccupazione ai minimi da 50 anni (3,7%) con i dati dei non-farm payroll che segnalano il 96° mese consecutivo di espansione con oltre 200mila nuovi occupati al mese nel 2017/2018 ma con l’ampliamento del deficit fiscale, atteso in un +17% nel 2018 (780MLD) a causa dei tagli alla tassazione. Il dollaro risulta rafforzato (dollar index +5% in un anno) soprattutto a causa delle mosse della FED che ne ha innalzato il tasso di interesse, misura criticata da TRUMP che rammenta l’effetto negativo sulla bilancia commerciale (sfavorisce l’export).

Sondaggi

Rossi guidati da Trump e blu da Obama

Come si nota dal grafico stilato pochi giorni fa, dopo un iniziale recupero dei Repubblicani giunti in estate ad 1% dai Democratici, la forbice si è riaperta portando TRUMP 7 punti sotto ai DEM all’ultima rilevazione.

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3 Possibili scenari

  • Forte vittoria dei Democratici: “conflitti” fra le camere e stallo legislativo, con Trump che avrebbe spazio di manovra “solo” sulla politica commerciale grazie ai poteri che il sistema politico garantisce al Presidente, probabile inasprimento verso l’estero (dazi in primis) che potrebbe coinvolgere verosimilmente l’UE, grosso pericolo per l’Italia siccome gli USA hanno “acquistato” oltre €40MLD di nostri beni nel 2017. Ciò naturalmente escluderebbe ulteriori benefici fiscali in USA con probabile contrazione del mercato azionario (fino ad un mese fa è stato in costante rally verso l’alto per poi rallentare-vedi Amazon), ciò però limiterebbe l’inflazione, con la FED che sospenderebbe il rialzo dei tassi sul denaro con contestuale perdita di forza del dollaro e calo dei rendimenti dei Treasury Bond.
  • Avanzata dei DEM: Trump avrebbe un freno su determinate promesse elettorali (ad esempio la costruzione del muro con il Messico) però sarebbe facile per il Presidente trovare unione d’intenti con i Dem per generare stimoli fiscali, aumentando l’inflazione e rendimento dei titoli obbligazionari a lungo termine (Treasury Bond a 10 anni). Eventuali dazi verso L’UE dovrebbero essere scongiurati.
  • Riconferma dei Repubblicani: l’influenza di Trump si rafforzerebbe nel partito e sul Congresso, con probabile prosecuzione del rally delle azioni USA quantomeno nel breve periodo, grazie all’ulteriore adozione di riforme fiscali-che si tradurrebbe in flussi di capitali nei mercati azionari e obbligazionari americani- ed aiutato anche dal rialzo dei tassi della FED il dollaro ne uscirebbe rafforzato.

Da considerare che nei primi due scenari non è da escludere un’eventuale richiesta di impeachment verso Trump, ciò minerebbe la fiducia degli investitori e il dollaro diventerebbe vulnerabile a causa delle crescenti tensioni politiche. In ogni caso tale richiesta difficilmente andrebbe in porto facendo decadere il Presidente (escludendo sviluppi clamorosi dal “Russiagate”), in tal caso comunque subentrerebbe il vicepresidente Mike Pence allentando le tensioni.